di Daniele Mattalia
Peter Bregman, giovane amministratore delegato di un’azienda americana, è forse l’unica persona al mondo che, una volta acquistato l’iPad, l’ha restituito dopo una settimana con questa motivazione: è troppo perfetto. ?è così bello e funziona così bene che me lo portavo ovunque. Ci scrivevo, ci guardavo le news, il meteo, il traffico, le email, i filmati. Non smettevo più. Così l’ho riportato indietro. Problema risolto?.
Il suo racconto ha suscitato innumerevoli commenti online. Alcuni hanno risposto condividendo il disagio: ?Ben detto, Peter! Le nuove tecnologie danno dipendenza, è successo anche a me?. Da altri Bregman ha ricevuto, per così dire, fischi e pernacchie. ?Restituirlo? Ma sei matto??. ?Se non hai autocontrollo è un problema tuo?.
Che il problema però non riguardi solo Bregman lo dimostrano le riflessioni di psicologi e scienziati che hanno dato il via a una serie di domande: l’uomo digitale e iperconnesso, che sia grazie all’iPad (ne viene venduto uno ogni 3 secondi, e finora sono oltre 3 milioni), smartphone, email, internet o altro, è più felice e intelligente? In cambio della vita ?touch screen?, in cui basta sfiorare lo schermo per ricevere contatti, stimoli, notizie, divertimenti, quale prezzo stiamo pagando? E in che modo le nuove tecnologie stanno riprogrammando la nostra esistenza?
Le stime dell’Università della California dicono che trascorriamo in media 12 ore al giorno connessi a qualche tecnologia, 50 anni fa le ore erano cinque. Chi usa il computer si collega a una quarantina di siti al giorno, se non di più. Una vita simile a un’enorme chat room, dove non siamo mai soli e mai inattivi. Dove facciamo più cose nello stesso tempo perché siamo, dobbiamo essere, ?multitasking?.
Non è soltanto un modo diverso di vivere, avvertono i ricercatori. è un modo diverso di usare il cervello. Paradossalmente, l’era ipertecnologica sollecita funzioni cerebrali che risalgono all’uomo primitivo. ?L’hardware del cervello non è cambiato rispetto a 15 mila anni fa? afferma Paolo Legrenzi, psicologo sperimentale dell’Università di Venezia (risponde a Panorama con l’iPhone usato del figlio, che ne cambia uno all’anno perché vuole sempre l’ultimo modello). ?Allora i nostri antenati dovevano stare sempre all’erta, reagire all’istante a qualsiasi stimolo, ne andava della loro sopravvivenza fisica. Ora non è più così, però tutte queste distrazioni continue, messaggi, sms, email, sollecitano le stesse aree cerebrali che, allora come oggi, si attivano nelle situazioni di emergenza?.
Aree che rilasciano neurotrasmettitori, per esempio la dopamina, coinvolti nel circuito del piacere e delle dipendenze. Ancora prima che l’ultimo oggetto del desiderio hi-tech sbarcasse in Italia (e ancora prima di capire bene cos’era) era già iniziata l’iPad mania, con le file davanti ai negozi. Al Policlinico Gemelli di Roma esiste un ambulatorio per questo tipo di dipendenze. ?Finora abbiamo avuto 110 appuntamenti. Adulti ma soprattutto adolescenti portati dai genitori? racconta Federico Tonioni, lo psichiatra che ne è responsabile. ?è vero che internet ha moltiplicato i rapporti fra pari, però ha fratturato la comunicazione verticale con la generazione precedente ?. Negli Usa, assicurano gli esperti, è già in atto un fenomeno contrario: bambini che si lamentano perché non riescono più ad attirare l’attenzione dei genitori, sempre lì a mandare email, ricevere messaggi, indugiare su Twitter o su Facebook.
In ogni caso le nuove tecnologie stanno mediando un’evoluzione generale del pensiero. E in questa rimappatura dei circuiti cerebrali qualcosa resta indietro. A dar retta a Nicholas Carr, scrittore esperto di tecnologia, Google ci sta rendendo più stupidi. Più superficiali, dispersivi, compulsivi, distratti, incapaci di concentrare l’attenzione e trattenere informazioni complesse.
Se in parte è vero, il bilancio finale non è poi così sconfortante. Altre ricerche dimostrano che la dimestichezza con Google potenzia l’attività di un’area del cervello, la corteccia prefrontale dorso-laterale, coinvolta nell’attenzione visuale selettiva e nell’analisi. Cose che ci rendono più intelligenti, non più stupidi.
?Nessuno discute i vantaggi funzionali di Google e di strumenti come l’iPad? puntualizza Stefano Bolognini, presidente della Società psicoanalitica italiana (e tecnoconsumatore moderato, una ventina di email quotidiane inviate e ricevute e due ore e mezzo al computer la sera). ?Sono estensioni tecnologiche che danno un inebriante senso di efficacia comunicativa. Però si rischia, se non le si usa con consapevolezza, una dispersione del sé, una perdita del proprio baricentro. Le persone alla fine si proiettano in tanti altrove, in realtà frammentate, perdendo il senso della prossimità delle cose?.
Un buco nero attrattivo da cui però si può uscire. Senza per forza restituire il gioiellino hi-tech appena comprato. Uno dei tanti lettori del blog di Peter Bregman suggerisce un semplice esperimento per disintossicarsi, ogni tanto, da iPad, smartphone e altri apparecchi (?Aggeggi meravigliosi ? tiene a precisare): dedicare ogni giorno 10 minuti al nulla. ?Provate a stare a occhi chiusi, in silenzio, a non fare e a non pensare a niente. A oziare. Una cosa molto semplice. Siete sicuri di riuscirci??.
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